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Tarallucci e vino al veleno

Se una volta il piatto nazionale italiano erano gli spaghetti, oggi i tarallucci e il vino occupano, e con ampio distacco, il primo posto. Tarallucci e vino avvelenati, purtroppo. Magari distrattamente e con un po’ di fastidio, sono certo che tutti ricordano il processo celebrato a proposito dell’Eternit,

la micidiale miscela di cemento e amianto che ha ucciso ufficialmente qualche centinaio di persone e che portò alla condanna a 18 anni di carcere del magnate svizzero Stephan Schmidheiny che della produzione era proprietario.

Ho usato l’avverbio ufficialmente a ragion veduta: al di là delle cifre ricavate da chi si era costituito parte civile, i malati e i morti sono di gran lunga più numerosi e nessuno è in grado di censirli. Com’è finita la vicenda è cosa nota: non è successo niente. Tutto prescritto, tutto cancellato e peggio per chi ci ha rimesso la pelle.

Ma, a dispetto di una legge ormai più che ventennale, il cemento intriso d’amianto continua imperterrito ad esistere sui tetti, nelle condotte dell’acqua e in un numero imprecisato di discariche, alcune legali, molte no, anche se, in verità, le differenze tra quelle a norma di legge e quelle abusive non sono poi così evidenti dal punto di vista sanitario. Mancano addirittura i censimenti: nessuno sa davvero quanta roba sia ancora presente nell’ambiente e, tra le tante amenità nostrane, si assiste perfino alle esibizioni di sindaci, le massime autorità sanitarie del comune di loro competenza, che, tra ignoranza crassa e malafede, affermano che quell’amianto è innocuo, compreso quello che ci beviamo con l’acqua del rubinetto.

È un dato di fatto che della tossicità elevatissima dell’amianto sapevamo almeno dai tempi di Plinio il Vecchio che ne scrisse nella sua Naturalis Historia, ma, scienza o no, mi riesce difficile pensare che nessuno sapesse che spargere derivati del clorometano su 25 ettari, peraltro all’incontro fra tre parchi, non era un toccasana per la salute. Mi riesce difficile pensare che a nessuno sia passato per la mente, per piccina che quella mente fosse, che quei composti non potevano che finire nelle falde acquifere, falde che servivano un territorio abruzzese vasto e popolato. Ebbene, tutto questo è avvenuto, la cosa è andata avanti per decenni, è stata ora classificata come il più grande disastro ecologico italiano (e noi siamo sempre da record) e di certo qualcuno ci ha rimesso la salute. Come sia finita questa storia ignobile è ovvio: non è successo niente. Tutto derubricato a reati minori, tutto prescritto in allegria. L’avvocato Severino, un tempo ministro di quella farsetta che è la giustizia italiana, si è prestata a difendere, e con successo, uno degl’imputati. La tesi (vincente) è che costui, come del resto altri, aveva agito secondo una logica d’impresa e non aveva idea del fatto che versare per anni nell’ambiente veleni in quantità industriali potesse in qualche modo non essere cosa virtuosa. Nella sua filosofia la virtù è fare quattrini e, di fronte a quel bene supremo, tutto il resto si annulla, salute e vita comprese.

Ma di storie ignobili noi non abbiamo altra abbondanza, dalle più note, almeno a grandissime linee e mai nei truci particolari, come quelli della cosiddetta Terra dei Fuochi, agli scempi quotidiani ignorati anche dai locali che avvengono in Calabria dove, ancora in nome di una logica d’impresa santificata in tribunale si sta rapidamente massacrando un territorio unico. E mi chiedo in quanti siano a conoscenza di ciò che avvenne nel Parco Regionale del Delta del Po, una zona affascinante e dalle caratteristiche ecologiche rare su cui si abbatté la “logica d’impresa” di chi gestiva una centrale elettrica ad oli pesanti tanto enorme quanto aggressiva. Il gestore fu condannato, ma quando, in un successivo processo, si arrivò ai danni subiti dalla popolazione, ci si affrettò ad archiviare il tutto servendosi di consulenze tecniche senza apertura al dibattito in cui non si esitava a dichiarare non valide le perizie praticate sui reperti anatomo-patologici dei morti o dei malati attaccando passaggi di laboratorio del tutto inesistenti.

Chi vuole sapere di più di questa pagina quasi sconosciuta che non fa certo onore alla giustizia nostrana può leggersi http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/archiviazione_rovigo_processo_enel.pdf
Ma le situazioni analoghe sono numerosissime e in molti casi si metteranno in atto le famose, sospirate bonifiche richieste a gran voce dagli ambientalisti in buona fede. Forse è meglio che gl’italiani sappiano la verità: le bonifiche sono tecnicamente possibili sono in pochi casi. Spesso non si può fare nulla e il fiume di denaro che si è stanziato e che si stanzierà sarà con grande probabilità preda di un malaffare che, in qualche caso, assomiglia tanto a quello di chi dell’inquinamento è stato l’autore.

Biolcalenda di febbraio 2015


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