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Le piante del bosco: Vite

Vitis vinifera L. –  Fam. Vitaceae
Fioritura: maggio-luglio  –  Parti raccolte: frutto (autunno), foglie (primavera)  –  Tempo balsamico: autunno

La vite è una di quelle piante che con la sua inconfondibile fisionomia e con i suoi filari ha agito sul paesaggio e sul territorio, permettendo, oggi come nel passato, di aprirsi un varco verso una dimensione in cui il tempo è trascorso intrecciando erbe, arbusti ed alberi tra una generazione e l’altra e intensificando il legame con la terra, con il lato umano della vita e con quel lungo racconto di emozioni e di simboli, che narrano storie che sembrano non avere mai termine e che hanno inciso  sulla vita sociale e culturale anticipando un destino che talora ha significato solitudine, mancanza di affetti, inutili attese.

Per comprendere il ruolo, la distribuzione capillare e l’evoluzione storica della vite e del vino occorre riandare alla funzione che il vino ebbe nel sistema agrario, economico e alimentare dell’Impero romano, si deve riandare, come nel caso dell’olivo, all’affermarsi del Cristianesimo, una religione che, sorta in un ambiente tipicamente mediterraneo, aveva tratto, oltre che dall’olivo e dall’olio, anche dalla vite e dal vino, i riferimenti e le immagini per divulgare i suoi messaggi.

Di vino e di olio ne occorreva molto. Da qui, la necessità di procurarselo e quindi la necessità di diffondere questa coltura in tutti i luoghi ove il clima lo consentiva e l’affacciarsi sul palcoscenico delle nostre campagne di monaci abili nel promuovere i dissodamenti necessari e mettere a dimora viti e anche olivi. Il connubio tra l’uomo e la vite si andò sempre più esprimendo nell’esercizio di una agricoltura che ha finito per accentuare la struttura del paesaggio inteso come forma abbondantemente coperta di viti e di altre colture che, con filari orientati, penetravano negli incolti.

Da questo intreccio di codici si è creato un complesso sistema di rapporti sociali e culturali su cui il vino diventa  “buono da pensare”, ma “buono anche da bere”. Alternative non ce ne sono perché andare oltre la misura il vino si trasforma in “cattivo da pensare” e “cattivo da bere”. Le norme della scuola salernitana assicuravano che il vino, se puro e bevuto moderatamente conforta il cervello, allieta lo stomaco, sottrae dal corpo i vapori nocivi, rilassa il ventre, acuisce l’ingegno, nutre la vista, schiarisce l’udito, rinforza il corpo, irrobustisce le membra.

Una pianta che non poteva sfuggire alle attente osservazioni della fito-etnobotanica che registrava usi, consuetudini, da parte di quelle persone senza volto né nome e con una storia così diversa da quella cui erano destinati i protagonisti.

Ecco allora che a:
Boccon in caso di mal di testa veniva fasciata la testa con una pezza imbevuta di aceto; vino caldo veniva bevuto in caso di raffreddore e nelle forme influenzali, (Gino, giugno 1965, contadino);

Valle S. Giorgio veniva mangiata l’uva in gran quantità come diuretico (Carleto, febbraio 1962, contadino); il vino caldo veniva bevuto in caso di raffreddore e nelle forme influenzali, (Alessio, settembre 1978, contadino) ;

Teolo aceto e sale veniva usato per gargarismi in caso di mal di gola; con aceto venivano curate le ferite; una foglia contusa veniva posta sulla ferita, (Adele, settembre 1967; casalinga);

Arquà Petrarca il liquido che fuoriesce in primavera dai tralci, in seguito alla potatura (Neta, febbraio 1963) veniva usato come tonico della pelle e utile per schiarire le lentiggini, (Costanza, luglio 1963, contadina).

L’etnobotanica ricorda che venivano raccolti i viticci, teneri e aciduli, in primavera, non appena la vite si era ricoperta di verde ed aveva terminato di “piangere”. Si mescolavano con le tenere erbe primaverili dando un gusto leggermente asprigno all’insalata che, nel rispetto della legge insalatesca doveva essere “ben salata, poco aceto e ben oliata” oppure si conservavano sotto aceto o sotto olio di oliva assieme ad alcune foglie di alloro, aglio e peperoncino quelle che venivano richieste dalle erboristerie per le loro proprietà astringenti.

Ricetta orale
“Venivano raccolti i viticci, teneri e aciduli, in primavera, non appena la vite si era ricoperta di verde ed aveva terminato di “piangere”. si conservavano sotto aceto o sotto olio di oliva assieme ad alcune foglie di alloro, aglio e peperoncino oppure si mescolavano con alcune erbe primaverili dando un gusto leggermente asprigno all’insalata che, nel rispetto della legge insalatesca doveva essere “ben salata, poco aceto e ben oliata”.  (Arquà Petrarca, aprile 1959, Giulia Centanin, casalinga)

BRICIOLE D’ARCHIVIO

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Vitis vinifera.

Loco
“… vuol terra grassa e letamata, e teme l’ombre, e tosto pullula, e fa vino.” (De Crescenzi)

“aman le viti luoghi caldi, et ameni”. (Durante)

Cocina
“A fare vino moschatello. Toli una brancada de fiori de schiarea e metili in doe corbe de mosto quando el bole, e lassalo stare, e vignirà vim fino moschatello de odore e di sapore”. (Bonafede)

Giovamenti / Nocumenti
Vino vecchio: Che s’adopri solo per uso di medicina, e non per bere, e se n’usi, di rado, e molto bene adacquato.” (Pisanelli)

“I signori volendo per loro stomachi gentili, vini a loro proportionati, vogliono vin rosso, chiaro, simile al color di rubino, trasparente claretto, gustevole, piccante, appetitoso, che bolla se non da 3 o 4 giorni…” (Falcone)

“… et quantunque i vini pieni piaccino al volgo, nondimeno i trasparenti furono sempre lodati da gli huomini giudiciosi et massimamente da gli Excellentissimi Fisici”. (Bussatti)

“La gemma della vite, le sue foglie tenere, e le sue mani, che chiamansi Pampini, seu Capreoli, sono astringenti, rinfrescanti, propri per la diarrea, per li flussi di sangue, presi in decozione. Se ne forma de’ fomenti per le gambe; eccitano il sonno”. (Lemerj)

Ricetta storica
“Vinum aranginum. Tramutato che havrete prima simil vino in un vasello buono, pigliarete tanti buoni aranci non dolci, quante saran le brente; et fattoli in quattro quarti l’uno, gl’infilzarete con la spago, et gli attaccarate al capo di sotto una pietrella tanto greve, ch’ella faccia stare gli aranci, dalla cima sin’appresso il fondo; legando talmente quello spago, che quella filza non tocchi il fondo. Et dopo cinque, ò sei giorni, potrete sicuramente quel vino, che sarà buono come prima. Ma non vi lascerete dentro tai aranci più di dieci giorni, accioche non lo danneggiassero; ò beverete fin che sarà finito”. (Gallo)

Ma la miglior medicina che ci sia,   è quella che si trae dall’allegria”

 


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