Medicina e informazione

La Medicina non è una scienza, mancandole caratteristiche essenziali come la ripetibilità e la pronosticabilità dei risultati. Come si fa a stabilire se un’affermazione è vera o è falsa? I modi sono diversi e tra tutti quelli ce n’è uno che non sarà magari proprio dignitoso ma è comodo: si delega il giudizio a qualcuno di cui ci si fida.


Ma di chi ci si fida? Qui le cose si complicano. Ci si può fidare di qualcuno che si conosce per esperienza diretta, di cui si conosce la competenza e, soprattutto, di cui si è sperimentata l’onestà.
Ma la mente umana è un labirinto che sarà complicato sì ma i cui percorsi sono in gran parte conosciuti e, tutto sommato, prevedono scorciatoie che complicate non sono affatto, percorrendo le quali si possono ottenere risultati non proprio favorevoli al proprietario di quella mente. Lo diceva Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista: basta ripetere una bugia un numero sufficiente di volte per farla accettare come verità su cui nessuno si sogna nemmeno di discutere. Per fare questo, qualcosa su cui si potrebbe obiettare, occorre creare voci ad hoc assoldando chi è disponibile, naturalmente in cambio di qualcosa, a mettersi al servizio di chi ha interesse a mentire.

La Medicina non è una scienza, mancandole caratteristiche essenziali come la ripetibilità e la pronosticabilità dei risultati. Ci piaccia o no, la Medicina coinvolge tutti così come, prima o poi, l’attività del meccanico coinvolge ogni automobile. E, allora, tutti s’interessano di Medicina, quasi tutti ne parlano, pochi ne sanno. Così, non è difficile per chi ne ha interesse farla passare per una scienza e, transitando attraverso la scorciatoia di cui sopra, ricavarne vantaggi: vantaggi che si materializzano attraverso il denaro, l’acquisizione di potere o, per chi si accontenta, il brivido della ribalta. A volte una mistura delle tre cose insieme in proporzioni variabili.
Con un processo iniziato parecchi anni fa, oggi le industrie farmaceutiche si sono gradualmente impadronite della Medicina o, meglio, della sua concezione corrente. Lo hanno fatto grazie alle quantità immense di denaro di cui dispongono, forti dei margini di guadagno che i medicinali garantiscono e che sono inavvicinabili da qualunque altra attività. Senza girare ipocritamente intorno all’argomento, con quel denaro si è praticata una corruzione sempre più capillare arrivata ad ogni livello: da quello politico a quello culturale, giù fino ai gradini più bassi della Medicina quotidiana. In aggiunta, oggi la ricerca del settore è quasi completamente nelle mani delle case di farmaci, tanto che, se si vuole mantenere un laboratorio, non ci si può esimere da compromessi: i risultati devono essere quelli graditi a chi, di fatto, permette a quell’istituzione di sopravvivere economicamente. Se i risultati non sono quelli desiderati, molto banalmente li si distorce fino ad inventarli di sana pianta. Io stesso ne sono stato testimone. Ma non scandalizziamoci troppo: la pratica è antica e personaggi come Louis Pasteur e l’agostiniano Gregor Mendel, il padre della genetica, se ne servirono ampiamente.

Uno dei tanti espedienti attivi in parallelo tra loro è quello messo in pratica dalle riviste mediche. Le pubblicazioni periodiche sono grottescamente numerose e, naturalmente, se dovessero sopravvivere con le vendite, farebbero una vita grama. Anzi, chiuderebbero bottega. Ma ci pensa l’industria farmaceutica a tenerle in piedi con iniezioni continue di quattrini. Va da sé che, in cambio, ciò che viene pubblicato è solo ciò che aggrada al mecenate.
Perché nulla di spiacevole trapeli, le riviste sono dotate di una squadra di cosiddetti referee, cioè “luminari” del settore che vagliano gli articoli in arrivo, concedendo il loro nulla osta alla pubblicazione a chi riferisce i risultati convenienti, comunque siano stati prodotti, e scartando gli altri. Andando a spulciare tra le pieghe della vita di questi giudici, è frequente scoprire come costoro abbiano relazioni economiche con il farmaco o che all’economia possono essere collegate.
Il che non può sorprendere: l’industria farmaceutica è un’impresa economica e, come tutte le imprese, l’obiettivo è guadagnare.
Un corroborante al sistema è quello del cosiddetto impact factor, IF per gli addetti ai lavori.
Di che cosa si tratti è semplice, eppure è oggetto di un malinteso tale da stravolgerne il significato.
Molti anni fa, con il lievitare costante del numero delle riviste mediche, fu sempre più chiaro che non era possibile reggersi economicamente. Insomma, s’innescò una specie di competizione per aggiudicarsi la benevolenza dei benefattori. Così, fu inventato l’IF.

Bisogna sapere che quando s’intende pubblicare qualcosa, la rivista chiede un contributo di denaro, contributo che deve essere giustificato. Ecco, allora, l’idea: si conta quante volte un determinato articolo è citato in altri articoli e da quel conteggio esce un indice numerico che è, appunto, l’IF. Insomma, qualcosa che assomiglia all’indice di ascolto delle emittenti radio e TV. Quell’indice determinava anche l’appetibilità della rivista da parte delle industrie: più l’articolo è citato e più ciò che vi è scritto circola e, alla Goebbels, è accettato come vero.
Dunque, era e resta interesse della rivista far sì che quel numeretto sia il più alto possibile e, allora, ecco la soluzione. Ammettiamo che un articolo abbia come autori effettivi due persone. Quelle due persone, però, ospiteranno come coautori altre dieci, quindici persone che nulla hanno avuto a che fare con il lavoro. Questi ospiti, a loro volta, ricambieranno la cortesia, in modo tale che, a fine anno, chi ha effettivamente composto due articoli si troverà autore di parecchie altre pubblicazioni alle quali, ovviamente, non ha partecipato e di cui spesso non sa nulla. Di comune accordo, poi, ogni articolo citerà gli altri, in questo modo aumentando a dismisura le citazioni e, di conseguenza, quel benedetto IF.

Se la cosa è chiara, deve esserlo pure il fatto che l’IF non ha nulla a che vedere con l’autorità della rivista, un’autorità che, se la parola autorità ha un significato applicabile in generale e non articolo per articolo, andrebbe valutata in tutt’altro modo. Insomma, un indice nato solo per stabilire una tariffa viene correntemente spacciato per una patente di credibilità, e il gioco è talmente riuscito da essere accettato senza discussione non solo dall’uomo della strada ma anche dalla quasi totalità degli addetti ai lavori di basso livello che, di fatto, costituiscono la soverchiante maggioranza.
Ecco, allora, che un risultato è recepito come vero non se è vero in sé ma se a farlo apparire tale è il supporto, cartaceo o informatico che sia, su cui compare. Insomma, in barba agli ultimi cinque secoli di epistemologia, cioè la filosofia della scienza, non importa che cosa si dice ma chi lo dice.

Richard Horton, direttore del Lancet, considerata la rivista medica più prestigiosa, e Marcia Angell, già direttrice del New England Journal of Medicine, anche quella rivista di enorme prestigio, dichiararono che almeno metà di ciò che viene pubblicato in campo medico è falso. Di fatto, temo che ad essere falso sia molto di più. Ma, se il sistema di corruzione vuole continuare a prosperare, non c’è scelta.
Noi? Beh, riprendendo il titolo di un libro di un po’ di anni fa, io speriamo che me la cavo.


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