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Le lavorazioni del terreno – seconda parte

Gli interventi meccanici per rendere il suolo più adatto ad accogliere le colture rappresentano lo strumento principale con cui l’uomo può incidere sulle caratteristiche fisico-chimiche e biologiche del terreno

Classificazione delle lavorazioni del terreno agrario
Le lavorazioni del terreno possono essere classificate in funzione dello scopo (1), in funzione della profondità di lavoro (2) ed in funzione degli attrezzi (3) e del lavoro eseguito.

Nel primo caso si avranno lavorazioni di scasso o dissodamento per terreni mai coltivati o per un reimpianto. Lavori preparatori (disgregazione dello strato coltivato). Lavori di affinamento (preparazione del letto di semina). Lavori successivi, di coltivazione (ad esempio il controllo delle infestanti).

Nel secondo caso vi saranno lavorazioni superficiali (fino a 20 cm), medie (dai 20 ai 40 cm) e profonde (oltre i 40 cm). Per le colture erbacee solitamente non si superano i 50-60 cm di profondità (ripuntatura). Lavorazioni a profondità maggiori possono essere effettuate su terreni che andranno ad ospitare colture di tipo arboreo, come frutteti o vigneti (lavori di scasso o di dissodamento). Occorre comunque molta energia e molta potenza (cv). Le lavorazioni profonde vanno svolte nel periodo autunnale, con le dovute modalità e attrezzature.

Nel terzo caso vi saranno attrezzi rovesciatori (aratro), attrezzi discissori (ripper, ripuntatori, estirpatori, erpici e coltivatori a denti dritti fissi), attrezzi rimescolatori (fresatrici, erpici rotanti, aratro a dischi, erpici a dischi), attrezzi misti vari o combinati, attrezzi speciali (rulli vari, frangizolle).

Ma l’attrezzo migliore in assoluto è il lombrico!!

Aspetti negativi di alcune lavorazioni
La cosa peggiore che si possa fare, soprattutto se ripetuta nel tempo, è l’inversione degli strati operata con l’aratro moderno. Questo attrezzo contribuisce ad interrare lo strato di terreno superficiale (lo strato fertile, ricco di sostanza organica e biologicamente attivo) mentre tende a far emergere in superficie lo strato inerte sottostante (strato povero in sostanza organica). Con l’aratro moderno i residui organici vengono dunque interrati a grande profondità, in un ambiente inidoneo per una decomposizione ottimale (ambiente asfittico).

Con ogni tipo di attrezzo, se il terreno non è lavorato nel giusto momento, ma viene lavorato quando è troppo bagnato, poi sopraggiunge compattamento e asfissia soprattutto in terreni pesanti e privi di struttura. Nei terreni sabbiosi vi sono rischi minori.
Alcuni attrezzi determinano una suola di lavorazione negli strati sottostanti che impedisce lo sviluppo delle radici e favorisce altri inconvenienti. Anche l’aratro provoca una suola di aratura per via del vomere a tallone. Sempre l’aratro, inoltre, genera un taglio nel suolo che determina la formazione di zolle che presentano una parte consistente liscia e compatta (quasi levigata); ciò avviene soprattutto nei terreni pesanti lavorati nel momento sbagliato o nella stagione sbagliata. Le conseguenze negative sono la formazione di zolle dure e compatte, prive di ossigeno, che risulteranno poi difficili da disgregare.

Con velocità elevate degli attrezzi rotanti (frese) si rischia eccessiva finezza del terreno (polverizzazione) con pericolo di successivo compattamento superficiale. Anche il transito ripetuto dei mezzi è altamente negativo per via del compattamento del suolo.

Se il terreno rimane privo di copertura vegetale (terreno lavorato) sotto il Sole estivo per troppo tempo si innescano fenomeni negativi di erosione e desertificazione. Durante il periodo caldo vi è forte mineralizzazione.
Per evitare problematiche varie è importante scegliere il giusto attrezzo da impiegare in maniera corretta, nel giusto momento.

L’uso corretto delle attrezzature
È bene avere chiaro che per ogni tipologia di attrezzo corrisponde un quantitativo di residuo che rimane sul terreno dopo la lavorazione (residuo colturale, sovescio, fertilizzante organico ecc.) e vi saranno attrezzi che, come l’aratro, lasciano in superficie un massimo del 10% sul totale della massa organica presente in superficie prima della lavorazione. Ciò significa che, come già ribadito, con questo attrezzo si va ad interrare la quasi totalità dello strato superficiale (strato biologicamente attivo e ricco di vita). Con l’erpice a dischi si passa ad un quantitativo che varia dal 25 al 50%. Con i coltivatori o estirpatori si ha una percentuale che varia dal 50 al 75%.

Mentre con lavorazioni di profondità eseguite con ripuntatori (dissodatori o ripper) si va oltre l’80%. Ciò significa che questi attrezzi rispettano la naturale stratigrafia del suolo (quindi non invertono gli strati del terreno) ma possono essere usati per arieggiare e dissodare il suolo in presenza di compattazioni e suole di lavorazione. Questi attrezzi rappresentano una valida alternativa all’uso dell’aratro e possono essere usati per rinnovare la fertilità complessiva del terreno rispettando la biologia del suolo (nella foto uno dei vari modelli, con rulli posteriori). In questo caso si parla di attrezzi per la rottura del terreno o di lavorazioni primarie (o profonde, fino a 50-60 cm circa). Ovviamente occorrerà valutare caso per caso in base alle caratteristiche del terreno, al tipo di lavorazione ed alle esigenze della coltura che si andrà a mettere a dimora o che si seminerà.

Le lavorazioni svolte con questo tipo di attrezzi (ripuntatori) offrono una serie di vantaggi:

  • Consentono di predisporre il terreno per i nuovi impianti.
  • Migliorano il drenaggio e l’infiltrazione dell’acqua.
  • Viene facilitata la radicazione di colture a forte sviluppo come mais, erba medica, bietola, girasole.
  • Vi è accumulo di riserve idriche in profondità (nel periodo autunnale).
  • Si favorisce la risalita per capillarità dell’acqua, eliminando la suola di lavorazione.
  • Incremento degli scambi gassosi con l’atmosfera.
  • Ripristino di una buona struttura mediante la rottura della suola di lavorazione.
  • Ottima alternativa all’aratro da scasso utilizzato nel preimpianto.
  • Non c’è rischio di portare in superficie terreno poco fertile.
  • No suola di aratura.
  • Minor dispendio energetico.

Nell’orto di casa, come lavorazione primaria, è possibile usare una semplice vanga. Mentre il ricorso periodico ai sovesci può predisporre il terreno verso una struttura ottimale grazie all’azione svolta dalle radici, che andranno anche a lavorare e strutturare in profondità il terreno. Sarà fondamentale l’inserimento delle Leguminose nella rotazione e l’uso regolare dei preparati biodinamici.

Mentre per l’affinamento di preparazione alla semina o di preparazione al trapianto è possibile usare una semplice zappa e, successivamente, un rastrello, è importante livellare il suolo soprattutto per evitare buche o avvallamenti che sono negativi per la coltivazione delle piante. Nel dubbio è meglio creare rialzi di terra o piccole aiuole rialzate. Questo permette all’aria di compenetrare meglio il terreno evitando fenomeni di asfissia radicale dovuti soprattutto al depositarsi periodico dell’acqua negli avvallamenti (piogge e irrigazioni). Il terreno va sempre lavorato quando è in tempera: deve contenere il giusto grado di umidità, che non dovrà essere eccessivo ma nemmeno troppo scarso.

Biolcalenda di aprile 2015


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