bonifiche

Bonifiche? Ma mi faccia il piacere!

Nella quasi totalità dei casi la parola bonifica applicata agli impianti di incenerimento è una parola vuota, senza senso: i danni sono così estesi e variegati che è anche impossibile quantificarli. L’Italia si sta deindustrializzando o, almeno, questo è quanto gli addetti ai lavori vanno dicendo. 

Sarà sicuramente vero e i motivi sono altrettanto sicuramente tanti: scegliendo fior da fiore, questi vanno da una pressione fiscale che richiama nostalgicamente certe abitudini prerivoluzionarie (Rivoluzione Francese) a un costo del lavoro asfissiante, da una burocrazia manicomiale, sistema giudiziario abbondantemente incluso, a una classe politica che pendola tra l’incapacità e la gaglioffaggine. Nessuna meraviglia se chi fa impresa salpa per altri lidi. È l’istinto della sopravvivenza. 

Ma, restando alla deindustrializzazione lamentata, le cose non sono proprio così tragiche: nel nostro Paese ha attecchito in un lampo un tipo d’industria addirittura fiorente. Anzi, stiamo rapidamente diventando leader mondiali del settore. Mi riferisco ai falò dei rifiuti e al trattamento delle cosiddette biomasse, metodiche miracolose che, sfidando arditamente la scienza, producono energia. In verità non tanta energia. Fatti bene i conti, ne consumano più di quanto non ne creino e, in aggiunta, inquinano, ma, in compenso, convogliano quantità immani di quattrini pubblici nelle tasche, quasi sempre già rigonfie di chi, noi, bizzarramente, chiamiamo imprenditori con quelli che noi, sempre bizzarramente, chiamiamo politici invitati al banchetto.

Quando si presenta alla (benevola) autorità il progetto per costruire l’ennesimo di quegli impianti, uno dei temi toccati per obbligo è quello della bonifica del sito, una volta che l’impianto in questione sarà smantellato. La mia professione mi porta a dover valutare la documentazione che, nella quasi totalità dei casi, è paragonabile ad un copione d’avanspettacolo e nell’Hellzapoppin, peraltro apprezzatissimo dalle autorità di controllo, brilla proprio il capitolo relativo alla restituito ad integrum, vale a dire la bonifica. Facendo una media, lo spazio dedicato al tema dall’estensore del testo va dalle tre alle cinque righe. Poco, quasi niente, si potrebbe pensare. Invece in quella laconicità, in quelle scarne parole così austeramente contrastanti con la verbosità immaginifica con cui vengono cantati i miracoli dell’impianto, sono stipate tali e tante corbellerie da lasciare intuire una certa genialità.

Oscar Wilde scriveva: «Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile» e, prima di lui, ma con altro intendimento, l’apologeta Tertulliano pare dicesse: «Ci credo perché è assurdo». A me manca lo spirito dell’uno e la fede dell’altro, e la mia condanna è quella di dover restare confinato negli ambiti angusti e tutt’altro che fantasiosi della scienza. E la scienza unita alla tecnologia, sia di oggi sia proiettata in un futuro di non pochi anni, è impietosa: la bonifica è impossibile.
Quegli impianti producono una quantità e una varietà immense di sostanze organiche che le centraline, tanto ingenuamente invocate dai vari comitati ambientalisti, non rilevano affatto, e quantità e varietà di gran lunga a quelle superiori di polveri inorganiche in larga misura non biodegradabili. Manco a dirlo, nessuno si preoccupa di caratterizzare quelle polveri per dimensione, forma e composizione chimica, né – e questo men che meno – di cercare di capire quale possa essere il loro impatto con la salute, con le sullodate centraline capaci, al massimo, di pesare le particelle riscontrate dividendole in PM10 e (a volte) in PM2,5.

Se le sostanze organiche in tempi più o meno lunghi, anche parecchi decenni, si degradano diminuendo la loro quantità, non così per molte polveri che sono «eterne», il che significa che, una volta prodotte, non c’è ritorno e il loro accumulo è inesorabile. E, allora, come faranno i signori dei falò a ripulire l’ambiente da sostanze di fatto inafferrabili? Come faranno a restituire ad integrum un terreno, spesso vastissimo, su cui le ricadute hanno modificato il pH, la composizione chimica, la microflora e la microfauna? Come faranno a ridare la purezza alle falde acquifere entro cui le loro porcherie si sono infiltrate per anni? E l’aria? E le persone che si ritrovano nei tessuti le polveri che, nel frattempo, hanno innescato un cancro o un’altra delle numerose nanopatologie? E, molto più prosaicamente, come faranno a restituire il valore venale a case, terreni e imprese? «Ma mi faccia il piacere!» avrebbe detto il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio, in arte Totò.
Tralasciando le enormità tragicomiche che riempiono così spesso la bocca dei cosiddetti politici e di non pochi accademici ansiosi di prostituirsi in cambio di un’elemosina, una voce del tutto credibile a proposito di bonifiche è quella del signor Carmine Schiavone, camorrista di lungo corso e consanguineo per cuginanza del famoso Sandokan, al secolo Francesco pure lui Schiavone.

Nel suo italiano personale, ma certamente da affidabile addetto ai lavori, don Carmine è stato di una chiarezza esemplare: parlando della Terra dei Fuochi, il territorio a cavallo tra Napoli e Caserta, la sentenza è stata che ogni bonifica di quella terra è assolutamente impossibile. Intrisa com’è di veleno, con sversamenti industriali che continuano imperterriti ogni notte da decenni, ogni tentativo di bonifica sarebbe a dir poco illusorio. Anzi – aggiungo io – ogni Euro destinato a quello scopo finirebbe inevitabilmente nelle tasche della camorra.
Nel frattempo le malattie, cancri in testa ma tutt’altro che in solitudine, aumentano d’incidenza ogni giorno e, nonostante ciò, gli ortaggi continuano ad essere coltivati e, naturalmente, commercializzati curando di cancellare le tracce dell’origine. Senza sorpresa gli sversamenti si ripetono febbrilmente ogni notte, costituendo una «tranquilla» fonte di reddito per i proprietari dei terreni, le stesse persone che, magari, il giorno dopo strilleranno piangendo davanti alle telecamere perché il cognato sta morendo di leucemia.

Il mio conterraneo Enzo Ferrari soleva dire che, se lo puoi sognare, lo puoi fare. Non voglio deludere nessuno, ma Ferrari aveva torto. Almeno per quanto riguarda la truffa premeditata delle bonifiche non c’è sogno che tenga: le ferite inflitte all’ambiente e, di conseguenza, alla salute delle generazioni attuali e, ancor di più, di quelle che verranno, come effetto collaterale della follia dell’incenerimento dei rifiuti, della pari dissennatezza relativa allo sfruttamento delle biomasse con quel bio truffaldino a far da prefisso e di una politica industriale a dir poco demenziale, è un’illusione suicida.
Oggi non poche «bonifiche» (e chiudo tra virgolette la parola) sono sbrigate semplicemente traslocando altrove i veleni stanziali, rovesciandoli addosso ad una popolazione tenuta nella più buia ignoranza relativamente a ciò che sta subendo. Spesso, poi, altro non si fa se non nascondere i veleni seppellendoli o versandoli nei corsi o negli specchi d’acqua, con il mare che è il nascondiglio preferito.

Pigrizia, fatalismo, ignoranza, credulità e spesso quella furberia così tipicamente italica e così agli antipodi dell’intelligenza sono gli ingredienti di un piatto che costituisce ormai da molti anni la nostra dieta e che ha come unico titolo la parola suicidio. Suicidio per noi e omicidio per le generazioni future la cui sorte, inevitabilmente, dipende da noi.

Biolcalenda novembre 2013


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