struzzi

Da scimmioni a struzzi

Come ogni altra epoca, anche quella in cui ci troviamo a vivere, breve e convulsa per quanto è, ha ricevuto le più varie definizioni.
Una di queste è l’Età dell’Apparire. È un fatto, con risvolti anche buffi, quello che testimonia come una cosa acquisti caratteristica di verità quando transita attraverso il virtuale. La televisione certifica l’attendibilità di qualunque notizia che può permettersi di essere stravagante quanto si vuole, e della TV ci si serve in più di un’occasione proprio per questo. E ancora maggior potere sta velocemente acquisendo la cosiddetta «rete», vale a dire quella specie di Bar Sport planetario che sa essere Internet, almeno in alcuni suoi risvolti.

Nella recentemente acquisita percezione popolare, per esempio, un’enciclopedia come Wikipedia risulta essere valutata come fonte di conoscenza di grande attendibilità e di grande prestigio, pur esimendosi da quella che è la regola di base di qualunque enciclopedia, cioè il vaglio preventivo da parte di esperti veri, quelli sì certificati, di ognuno degli argomenti trattati. Il prestigio, allora, all’epoca pre-Internet, derivava direttamente proprio da quello del vaglio.

Del passaggio tra reale e virtuale, nel modo di ragionare e di percepire, io mi accorgo, ormai senza più arrabbiarmi, quando vedo le tesi di laurea degli studenti. Mentre un tempo la bibliografia in coda ai testi raccoglieva poche voci, ma tutte di grande solidità scientifica, ora l’elenco è diventato sterminato e vi si trova sia una dimostrazione di Einstein, sia l’opinione spesso sconcertante di qualche ragazzotto che imperversa in rete. Il tutto collocato acriticamente nella tesi sullo stesso piano secondo un concetto stravolto della democrazia.
Obiettività vuole che, forse purtroppo ma più probabilmente per fortuna, nulla sia meno democratico della scienza dove la verità non può essere messa ai voti.

La branca della scienza di cui io mi occupo da molti anni è quella dell’ambiente e del suo deterioramento causato dall’inquinamento antropico, includendo in questo deterioramento e anzi, avendolo come obiettivo dominante, l’impatto delle sostanze inquinanti sulla salute. Questo impatto diventa ogni giorno più violento e più subdolo e, temo, non poca della sua aggressività è dovuta proprio alla conversione del reale in virtuale.
Mi accade spesso di sentire gruppi di persone di buona volontà, impegnate in azioni di salvaguardia dell’ambiente in cui vivono, chiedere a gran voce alle autorità l’installazione di strumenti di controllo, le cosiddette «centraline». Ottenuto, spesso a fatica, quanto desiderato, la conseguenza è quella di scoprire che va tutto bene. Ora, tralasciando i purtroppo non pochi casi di centraline taroccate, bisogna considerare che i limiti di legge per i vari inquinanti ben poco hanno a che spartire con la realtà biologica di capacità di tollerare la presenza di un determinato veleno, essendo quei limiti dettati non da conoscenze scientifiche ma da negoziati tra chi legifera e chi inquina. A questo si aggiunge il fatto che gli inquinanti, che trovano attenzione nei testi di legge, sono una frazione infinitesima di quelli esistenti nel mondo reale, cioè di quello che respiriamo e che mangiamo. Pur essendo tutto questo conosciuto, si fa finta di niente, fino a pretendere che la natura si pieghi ai nostri decreti e ai numeri che compaiono sullo schermo della centralina.

Un altro caso legato alla percezione dell’inquinamento è quello del movimento veicolare. È scientificamente innegabile che le fonti inquinanti odierne siano innumerevoli, ma è anche vero che imporre a molte di esse il ricorso a tecnologie di mitigazione o, nei casi disperati, imporre la chiusura, disturberebbe interessi economici non certo generali ma di un’élite difficilmente toccabile. Così la percezione comune viene dirottata altrove, indicando come colpevole della produzione di quanto avvelena l’ambiente, il traffico dei veicoli, qualcosa di cui nessuno di noi può dirsi non complice.
Che gli scarichi dei motori a scoppio inquinino è cosa indubitabile; che questo sia la fonte quasi esclusiva di ogni male, no. Ma questo si è scelto di fare e, allora, si allestiscono contromisure che, viste con l’occhio dell’addetto ai lavori, sono a dir poco ridicole. La prima è la chiusura temporanea al traffico dei centri abitati. Per qualche mese, un giorno alla settimana, per qualche ora, si vieta l’ingresso dei veicoli a motore entro un determinato confine urbano.

Naturalmente le eccezioni sono innumerevoli: se si ha un’auto Euro qualcosa, si può entrare, così se l’auto è alimentata a metano o a gas liquido, così se a bordo c’è un disabile, se si è in tre, se il veicolo è un mezzo di trasporto delle istituzioni (un’auto blu non si nega quasi a nessuno), se è un mezzo di servizio, se è un taxi, se è un autobus… Insomma, in qualche modo si entra. Va, poi, tenuto conto di come chi deve recarsi in centro può quasi sempre anticipare o posticipare lo spostamento, cosicché il numero totale dei viaggi in una settimana resta più o meno immutato, con la piccola seccatura di un traffico aumentato a ridosso del momento vietato, con conseguente maggiore inquinamento dovuto sia al rallentamento sia alla ricerca più ardua di un parcheggio.

E che dire della mobilità delle polveri e dei gas in atmosfera? L’illusione è che, chiudendo a mo’ di colabrodo un piccolo spazio, gli inquinanti che arrivano dall’esterno si fermino al confine. Ovviamente il risultato, in termini di diminuito inquinamento di tutto questo, è zero.
Un giorno parlavo del problema con un alto funzionario dell’ARPA e lui era del tutto d’accordo con me sui risultati. Sosteneva, però, che la manovra fosse utile perché «educativa». Contento lui…

Molto ci sarebbe da dire, inoltre, su certi dispositivi tecnici che stanno diventando obbligatori, e parlo dei filtri antiparticolato per gli automezzi a ciclo Diesel. Di fatto non si tratta se non di costose apparecchiature che provocano effetti inquinanti molto più aggressivi rispetto a quelli indotti da un mezzo senza filtro, ma che aggirano la capacità di rilevamento delle famose centraline. Insomma, il lavoro sulla percezione si raffina agendo addirittura sulle apparecchiature tecniche.
Non ci resta che costatare come da primati, cioè scimmioni che eravamo, ci stiamo velocemente trasformando in struzioniformi, cioè in struzzi e, come vuole la leggenda metropolitana, infiliamo volentieri la testa sotto la sabbia. Questo a patto che sotto ci sia la TV.

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Biolcalenda febbraio 2013


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