Siamo in un vicolo cieco

 
A volte devo sforzarmi per non cadere nella tentazione in cui scivolarono oltre dieci secoli fa i nostri avi: alle soglie dell’anno Mille era opinione più o meno diffusa che quello sarebbe stato il momento della fine del mondo e del conseguente Giudizio Universale. “Dopo Mille anni  sarà disciolto” scriveva l’Apocalisse e, dunque, senza Satana che ce ne facciamo del mondo?

Quella di oggi è un’epoca strana, lo è per molti versi e uno di quelli meno citati ma forse più interessati è il livello cui il cervello umano – l’organo che ci differenzia di più, nel bene e nel male, dai colleghi animali – ha spinto il nostro grado di scienza. E la cosa mirabile è la mole di conoscenze accumulate negli ultimi pochi anni ad una velocità tuttora crescente. Questo a dispetto della negligenza in cui è precipitata la ricerca pura, quella di cui non si può fare a meno per non dover surrogare la scienza con la tecnologia che ne è solo una delle figlie.
Insomma, pur restando di un’ignoranza crassa addirittura sulle leggi fondamentali che regolano l’Universo, noi oggi sappiamo un sacco di cose che ignoravamo fino a ieri. Così, a questo punto, chi ci osservasse da fuori del Pianeta avrebbe tutto il diritto di pensare che noi adattiamo la nostra vita e, come sottoprodotto, la nostra tecnologia alle conoscenze che andiamo via via acquisendo.
E, invece… E invece pare che non sia sempre così.
Uno degli atteggiamenti dell’Homo sapiens che potrebbero sconcertare i nostri ipotetici osservatori è la maniera con cui noi ci procuriamo l’energia. Già l’essere energivori è qualcosa di unico tra gli abitanti della Terra, visto che nessuno, animale o vegetale che sia, ha bisogno di capacità di lavoro (ché questo è l’energia) ricavata artificialmente, ma così stanno le cose e nessuno ha voglia di tornare a quando anche noi condividevamo la filosofia di vita degli altri animali nel senso di navigare in corrente con la Natura. Insomma, una delle nostre unicità è il procurarci energia, energia che poi usiamo a piene mani senza più nemmeno chiederci da dove viene. Già: da dove viene? In grandissima parte la ricaviamo da ciò che è conservato nel Pianeta stesso: petrolio, gas naturali, carbone, uranio… Da lì la prendiamo, eppure è la nostra scienza, addirittura quella più elementare, ad ammonirci che quella roba non potrà altro che finire. In quanto tempo non lo sappiamo con precisione, ma che finisca è una certezza. E, continuando, una volta che abbiamo estratto queste materie, come facciamo a spremerne finalmente il contenuto energetico? Bruciandola, vale a dire trasformandola in scorie tossiche spesso non metabolizzabili dal sistema Terra, un sistema chiuso, incapace di scambi dall’interno all’esterno. Questo con l’eccezione dell’uranio, una risorsa che non viene bruciata ma che viene spaccata secondo una reazione una volta innescata la quale è impossibile da fermare, il che implica rischi quasi sempre sottostimati.
Insomma, bisogna escogitare qualcosa di nuovo. E qualcosa di nuovo, anzi d’antico, per dirla alla Pascoli, si è escogitato: bruciamo le biomasse, cioè i vegetali, come si fa da chissà quanto tempo nei caminetti di casa. Ma non avevamo detto che bruciare produce scorie tossiche? Lo avevamo detto perché è la nostra scienza a dircelo, ma fingiamo che siano tutte fantasie. E poi, siamo o non siamo i Principi dell’Universo? E, se un principe non ha qualche privilegio, che se ne fa della sua nobiltà? Costruiamo allora degli enormi bruciatori e ci ficchiamo dentro tutti gli sfalci agricoli e ciò che casca dai boschi, e convertiamo il calore ricavato in energia. Li chiamiamo centrali a biomasse. Ma di quei vegetali non ce n’è abbastanza. Anzi, ce n’è pochissimo e, se dovessimo usare poi piante vergini, cioè non intaccate da pesticidi, concimi chimici e inquinanti vari come si era proposto all’inizio, saremmo ridotti forse a qualche etto di roba. A me è capitato più di una volta di occuparmi di quegl’impianti per accorgermi che, situati a poca distanza l’uno dall’altro, dichiaravano tutti di attingere allo stesso boschetto o alla stessa piantagione, per esempio, di ulivi. Insomma, anche forzando un po’ la mano, la cosa non avrebbe retto.
Idea: importiamo l’olio di palma dal Sud Est asiatico e bruciamo quello. Lasciando da un canto ciò che sta in quell’olio per la cui produzione s’impiegano, tra l’altro, pesticidi che noi in Occidente abbiamo proibito da decenni e che ci ritroveremmo ad importare; lasciando da un canto le decine di chilometri quadrati di vegetazione equatoriale produttrice essenziale di ossigeno che deve essere abbattuta giornalmente per far posto alle palme da olio la cui vita produttiva è un lampo; lasciando da parte l’inquinamento generato dalle navi che fanno la spola tra noi e laggiù, c’è il problema dei quattrini: quell’olio costa una follia.
Altra idea: diciamo ai contadini di coltivare vegetali, per esempio canne, destinati alla combustione. Qui, però, sorge qualche altro problema: estensioni dedicate a coltivare commestibili cambierebbero destinazione e, stante il valore aggiunto davvero minimo di quei nuovi prodotti, l’unico cliente possibile sarebbe la centrale a biomasse più vicina perché il trasporto, al di là dell’inquinamento che comporterebbe, avrebbe costi ingiustificabili. Così, disponendo di un solo cliente possibile, sarà lui, il cliente, a stabilire il prezzo d’acquisto: prendere o lasciare. Diciamoci la verità: ci siamo ficcati in un guaio. Ma, a questo punto, arriva il deus ex machina: il legislatore. Considerata la situazione, ecco che i rifiuti diventano per legge biomasse e tutto si risolve. La centrale a biomasse può utilizzare qualsiasi combustibile ammesso dalla legge, quindi anche il C.D.R. – Combustibile da Rifiuto – e a dircelo è la Sentenza del Consiglio di Stato Sez. V, nr. 5333 del 29 luglio 2004. In base a questa sentenza si è bruciato e si brucia di tutto, comprese le carcasse delle vacche morte di encefalopatia spongiforme, nota ai più come mucca pazza.
Le centrali a biomasse sono così, né più né meno, dei normalissimi inceneritori di rifiuti e producono tutti i veleni dei loro fratelli più temuti, comprese le diossine che, anzi, escono addirittura in misura maggiore. Ma in questo mondo di ricchi decaduti bisogna arrangiarsi, e molti sindaci si arrangiano vendendo qualcosa che non possiedono: la salute dei propri amministrati. In cambio arriva una centrale chiamata con la vis comica del caso “a biomasse”, loro intascano qualche Euro che dà un brodino alle casse del comune e qualcosa portano pure a casa perché tengono famiglia. La salute? Di qualcosa bisogna pur morire! Difficile non cadere nella tentazione di credere al botto del 2012, più probabilmente non un botto da fuori ma uno fatto in casa. Eppure basterebbe un granello di conoscenza per non cadere più nei tranelli, tutto sommato ingenui nonostante l’indubbia efficacia, tesi da personaggi truffaldini che non si accorgono nemmeno che, lo vogliano o no, stanno condividendo la sorte dei truffati perché da questo Pianeta non scappa nessuno. Almeno finché morte non ci separi.
 
(Biolcalenda  Luglio/Agosto 2011)
 

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